domenica 18 maggio 2008
Us and them....
Us, and them
And after all were only ordinary men.
Me, and you.
God only knows its noz what we would choose to do.
Forward he cried from the rear
And the front rank died.
And the general sat and the lines on the map
Moved from side to side.
Black and blue
And who knows which is which and who is who.
Up and down.
But in the end its only round and round.
Havent you heard its a battle of words
The poster bearer cried.
Listen son, said the man with the gun
Theres room for you inside.
I mean, theyre not gunna kill ya, so if you give em a quick short,
Sharp, shock, they wont do it again. dig it? I mean he get off
Lightly, cos I wouldve given him a thrashing - I only hit him once!
It was only a difference of opinion, but really...i mean good manners
Dont cost nothing do they, eh?
Down and out
It cant be helped but theres a lot of it about.
With, without.
And wholl deny its what the fightings all about?
Out of the way, its a busy day
Ive got things on my mind.
For the want of the price of tea and a slice
The old man died.
martedì 19 febbraio 2008
15 morti che non fanno notizia..

Almeno 15 indigeni Waorani sono stati assassinati in Ecuador. Difendevano i loro boschi nel parco nazionale dello Yasuní, dichiarato riserva mondiale della biosfera dall’Unesco ma sotto la costante pressione delle imprese del legname e del petrolio.
Le notizie sono frammentarie ma il massacro è purtroppo confermato. Tra i 15 morti vi sarebbero anche donne e bambini, e questi ultimi sarebbero stati decapitati.
Nella tarda serata di lunedì 18 la notizia, dopo giorni di incertezza, e con la polizia che continuava a smentire, è stata confermata dal ministro degli Interni ecuadoriano Gustavo Larrea.
www.Gennarocarotenuto.it
Nelle ultime settimane le sorti e i destini della nazionalità Waorani si è intrecciata una volta di più con il volere e il potere della industria del petrolio nell’Amazzonia ecuadoriana. Stavolta si tratta del gigante brasiliano Petrobras, la cui concessione di una licenza ambientale per lo sfruttamento del blocco 31, non colpisce solo il territorio waorani, ma anche il parco nazionale Yasuni, riserva di biosfera dell’UNESCO e area di insediamento di gruppi indigeni non contattati.
Lo scorso 24 ottobre la ministra dell’ambiente Anna Alban ha concesso a Petrobras la licenza ambientale per operare nel blocco 31, in pieno parco Yasuni, dopo che questa era stata sospesa nel giugno del 2005 dal Ministero del Ambiente (MAE) per irregolarità.
Però, il comportamento della compagnia Petrobras non si è dimostrato in questi ultimi mesi né socialmente né ambientalmente responsabile, come il suo marketing sociale pretenderebbe dipingere. Petrobras, per aggirare l’obbligo della consulta previa alla popolazione coinvolta nella sua area di operazione, sta dividendo e non rispettando la nazionalità indigena Waorani. Intende operare in un parco nazionale, lo Yasuni, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, anche se nel proprio territorio nazionale, il Brasile, è dato l’obbligo di non operare in aree protette e territori indigeni. Inoltre la concessione del blocco 31, economicamente poco redditizia, pone a repentaglio la proposta di lasciare il petrolio sotto terra nel limitrofo campo ITT, in cambio di aiuti economici internazionali, perché l’ITT rappresenta invece la riserva di crudo più grande del paese. E se entro giugno il governo non riuscisse a raccogliere i fondi necessari, provvederebbe ad attualizzare la seconda opzione per il campo ITT, ovvero lo sfruttamento con “tecnologie di punta” da parte di Petrobras.
Fatto ancora più grave, in questa zona dell’Amazzonia, sopravvivono gli ultimi gruppi waorani non contattati in isolamento volontario, i Taromeane-Tagairi. Se Petrobras inizierà le sue operazioni nel bloque 31, in particolare nei pozzi Boya 1, 2 e 3, al limite nord della zona intangibile istituita per la protezione dei Tagaeri-Taromenane, verrà messa in gioco la vita e la sopravvivenza di questi gruppi.
Per il pericolo imminente di genocidio che le operazioni di Petrobras rappresentano nei confronti dei gruppi Waorani non contattati, il 30 gennaio scorso si è tenuta la prima udienza di un “amparo constitucional” per l’annullamento della licenza ambientale di Petrobras presso il tribunale del “Contenzioso e Amministrativo” di Quito. Azione legale promossa dalla NAWE (Nazionalità Waorani dell’Ecuador), la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador), dalla ONG Accion Ecologica e da FETRAPEC, il sindacato dei lavoratori di Petroecuador.
Petrobras ha negoziato con la sola comunità waorani presente nel blocco 31, la comunità di Kawimeno. Le ha promesso appoggio, infrastrutture ed altri benefici. Alla dirigenza, ha elargito soldi che sono stati usati sconsideratamente per fini personali. Questa la strategia dell’impresa per fronteggiare una situazione in cui la maggioranza degli Waorani di Petrobras non ne vuole sapere. E lo stanno dicendo da tempo, con mobiltazioni a Quito e ricorsi al ministero dell’ambiente.
Lo scorso dicembre, 28 dei 32 presidenti delle comunità waorani si sono riuniti nella comunità di Keweriono per un congresso straordinario. Il congresso ha eletto una nuova direttiva che rispetta le decisioni delle basi, opponendosi alla licenza di Petrobras. Più precisamente, opporsi a nuove licenze petrolifere nel territorio waorani, è il nodo dell’agenda politica della nuova dirigenza. Si tratta di un fatto importante, che significa che il popolo Waorani è stanco delle imprese, della contaminazione prodotta dall’attività estrattiva e della presenza delle compagnie sul proprio territorio.
Fatto sta, che dalla sua elezione, i nuovi dirigenti hanno dovuto subire un calvario per potersi registrare come unici e legittimi rappresentanti del popolo waorani. Motivo? Petrobras, che non ha smesso per un attimo di dare appoggio e soldi alla vecchia dirigenza con l’obiettivo di firmare con questa un convegno definitivo che affermasse la loro legittimità per le operazioni nel blocco 31.
La NAWE, l’organizzazione che rappresenta la nazionalità waorani, si trova in una complicata posizione di debolezza verso le imprese petrolifere, ma anche verso le sue basi, perché il popolo Waorani ha ancora un lungo cammino da percorrere per acquisire i nostri sistemi di rappresentazione. Sua debolezza e fortezza, le dinamiche tradizionali fanno si che le comunità si trovino in una situazione di autonomia e autonoma gestione delle proprie relazioni con gli attori esterni che agiscono nel territorio waorani.
Le compagnie con questa situazione ci vanno a nozze. E ciò che è accaduto nell’ultimo mese con la impresa Petrobras ne è un esempio lampante.
La lunga storia di violenza delle compagnie petrolifere sul popolo Waorani
L’ ingerenza di Petrobras nel territorio e nelle dinamiche organizzative waorani è ancor più allarmante, se si tiene conto della storia recente del popolo waorani e degli impatti profondi ed irreversibili che l’industria petrolifera ha provocato sul loro territorio e sulla loro cultura. Senza l’attività di esplorazione ed estrazione petrolifera di Shell negli anni quaranta e di Texaco negli anni settanta tra i fiumi Napo e Curaray, antico ed inespugnabile dominio dei selvaggi piedi rossi (gli Waorani), i missionari evangelici dell’Istituto Linguistico de Verano, (Linguistic Summer Institute,) non si sarebbero dati l’affanno di cercare il contatto con gli Waorani, riubicarli forzosamente in un piccolissimo protettorato e di civilizzarli. Furono i petrolieri che fornirono ai missionari i mezzi per perseguitare i clan waorani con elicotteri e megafoni, stanarli e costringerli a spostarsi nella riduzione di Tiweno. Il tutto con gli ossequi dello stato ecuadoriano, che con l’ILV aveva un convegno per la pacificazione dei selvaggi amazzonici.
Mentre i missionari si occupavano delle anime waorani, i buldozer di Texaco penetravano la selva, aprivano in due, come una lunga ferita, il territorio tradizionale waorani attraverso la costruzione della “via Auca” ( che oggi è un inferno lungo 117 km, fatto di un miscuglio di miseria e petrolio) e istallavano i pozzi del grande boom petrolifero ecuadoriano. Texaco pioniera, le fecero seguito l’allora Esso-Hispanoil, Arco, Braspetrol, tutte a posizionarsi in un territorio waorani libero, sgomberato dai suoi legittimi abitanti, rinchiusi a dovere per l’opera di redenzione missionaria. Un territorio a dire il vero “quasi liberato”, visto che Braspetrol (attuale Petrobras), lavorando nei sentieri sismici del blocco 17 negli anni 80, fu responsabile di molti incidenti tra i suoi operai e il gruppo waorani non contattato dei Tagaeri. Con tutta probabilità fu una pallottola partita da una canoa di operai petroliferi ad uccidere Taga, il lider del clan Tagaeri.
Quando negli anni ottanta cominciarono ad essere messi in discussione i metodi dell’ILV e questo fu espulso dal paese (1982), gli Waorani iniziarono ad uscire dalla riserva per riprendere gli antichi patterns territoriali. Però, l’antica ed inespugnabile selva tra il fiume Napo e Curaray era già divisa in vari blocchi di petrolio. Gli Waorani non avevano neppure un’organizzazione di rappresentazione, a soli 20 anni dal contatto con la società nazionale. Questa fu fondata nel 1990, grazie all’appoggio della Confeniae ( l’organizzazione di rappresentazione delle nazionalità indigene amazzoniche), dei missionari cattolici cappuccini e di altre ONG ambientaliste. Al popolo Waorani fu assegnato un territorio di 620.000 ettari con la condizione di non mettere in discussione e non intralciare l’attività idrocarburifera presente nel loro territorio. Erano questi anche gli anni della battaglia contro la compagnia Conoco, che aveva ottenuto la licenza ambientale per estrarre petrolio nello Yasuni, e in territorio waorani. La prima battaglia tra un popolo indigeno e un impresa petrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana.
Conoco desistette, ma cedette le sue azioni a Maxus, altra compagnia nordamericana, che mise in opera nuove ed inedite strategie. Prima di tutto fece astutamente pressione sullo stato ecuadoriano affinché una parte del parco nazionale Yasuni venisse dichiarato territorio waorani. Secondo, con la sua équipe di antropologi e relazionatori comunitari, e lo zampino di Rachel Saint, missionaria del ILV che non lasciò fino alla sua morte il territorio waorani, questi furono convinti a firmare un convegno ventennale di “amicizia e rispetto muto”. Agli Waorani fu promessa prosperità e progresso. La firma di questo convegno segnava la nascita di una nuova frontiera delle strategie di controllo delle imprese petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana: quello della “responsabilità sociale d’impresa” e di tutte le inedite tecniche di relazione comunitaria. Un’altra strada aprì le viscere della selva, altri pozzi si installarono. Oggi la zona del territorio waorani conosciuta come blocco 16 è operata da Repsol -YPF, erede del convegno di Maxus con gli Waorani.
Le altre cinque compagnie che operano nel territorio waorani, Agip (Italia), Perenco (Francia), Petrobell (Canada), Petroriental (Cina), hanno offerto briciole e fischietti ( come il caso dell’Agip) alle comunità che si trovano nella loro zona d’ influenza, senza convegno o impegno maggiore verso la nazionalità, né nessun riconoscimento verso la legittima organizzazione della nazionalità waorani, la NAWE.
Il comportamento di Petrobras costituisce una nuova violenza sulla popolazione waorani e disconosce la legittimità del suo, faticoso, processo organizzativo, cercando apertamente di dividere la nazionalità.
Su Petrobras pende attualmente una ulteriore denuncia, una irregolarità contrattuale simile a quella di Occidental Petroleum (OXY) e che costò all’impresa la caducità del suo contratto: il fatto che Petrobras ha venduto, senza consultare lo stato, il 63% delle sue azioni all’impresa giapponese Teikoku Oil. Si tratta di una denuncia che stanno portando avanti il Sindacato di lavoratori Petroliferi insieme ad altre organizzazioni sociali ecuadoriane.
Sarà disposto il presidente Correa a dare all’impresa brasiliana “amica” lo stesso trattamento che a OXY? Il fatto che la licenza del 31 sia stata data facendo vacillare tutta la campagna del “crudo represado” nel campo ITT e dubitare le organizzazioni ecologiste nazionali come i finanziatori internazionali, è un’indicazione delle intenzioni di Correa rispetto al gigante brasiliano. Però, che ne sarà dello Yasuni, degli Waorani e dei popoli in isolamento volontario, Tagaeri- Taromenane?
http://www.globalproject.info/art-14851.html
venerdì 25 gennaio 2008
IPSE DIXIT: "Se sono il capo di un'associazione a delinquere è ovvio che non posso fare il ministro della giustizia"
E ora non si dica che l'Udeur è un'associazione a delinquere!
domenica 20 gennaio 2008
mercoledì 9 gennaio 2008
Addio a stu’ munn ‘e munnezza....
È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.
E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.
Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.
Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano.
Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni
Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.
Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.
Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari.
Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di
Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.
E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.
Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.
Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.
L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.
Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.
Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava
Roberto Saviano

